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yoga e meditazione - statua di buddha in campagna al tramonto in meditazione

Dall’attenzione alla meditazione: non solo yoga

Siete l’autista di un bus che contiene 15 passeggeri.
Alla prima fermata, 4 passeggeri scendono e 2 salgono.
Alla seconda fermata, 2 passeggeri scendono e 3 salgono.
Alla terza fermata, 5 passeggeri scendono e due salgono.
Domanda: quale è l’età dell’autista? (*)

La cura dell’attenzione, il primo passo verso la meditazione. 

Un enigma per ritornare al tema dell’attenzione (e pure dell’inattenzione), sempre presenti nella nostra vita. Potremmo definire l’attenzione come la capacità di concentrarci volontariamente su un determinato oggetto, attività o contenuto psicologico. Possiamo focalizzare la nostra attenzione cancellando tutti gli altri stimoli dal nostro campo percettivo.

L’attenzione è, per necessità, selettiva.

Ci sono due orientamenti possibili: uno automatico e involontario, per esempio un rumore che ci fa sobbalzare e uno volontario, quello che mi importa in quel momento. Insomma, ci distraiamo ma siamo anche capaci di sospendere la distrazione. È una questione di equilibrio: il processo di attivazione e mantenimento dell’attenzione è un po’ come camminare su una trave, cercando di non cadere ovvero di non soccombere al richiamo di tutti gli stimoli e le possibili distrazioni.

Potete fare una prova, camminare in punta di piedi su una trave ed osservare le reazioni del corpo e dei sensi per rimanere in equilibrio. Così accade al nostro “corpo mentale”.

Ad esempio, stimoli acceleranti che disequilibrano il circuito di ricompensa che sta alla base della maggior parte dei meccanismi che regolano i social network (scroll, pollice su o giù, semplificazione dei messaggi) consumano la nostra capacità di attenzione. Aumenta il livello di reattività e di stress, lasciandoci inspiegabilmente stanchi.

Perché proteggere l’attenzione?

Mille sono le ricadute della nostra capacità di prestare attenzione: i risultati scolastici, la concentrazione a svolgere un lavoro, la capacità di ascoltare una persona (noi stessi inclusi), proteggersi da un pericolo imminente. Non ultimo, continuare ad imparare, il miglior antidoto anti invecchiamento che ci sia.

Percezione, intenzione e azione sono le tre dimensioni del processo di attenzione. (J.P.Lachaux) Quello che percepisco, come e perché influenza tutte le mie azioni e reazioni.

Qui inizia la pratica dello yoga: sensibilizzare ed espandere la capacità percettiva.

Lo yoga è, in principio, educare la propria facoltà percettiva (V.Thakar).

Come potrei, altrimenti, rendermi conto delle forze che mi fanno cadere dalla trave?

Coltivare l’attenzione e la capacità di concentrarsi sono l’inizio, il prerequisito del cammino meditativo. Attenzione, concentrazione, meditazione non sono per niente la stessa cosa.

Nella pratica yoga, rallentiamo, mettiamo tra parentesi il nostro abituale modo di fare, così da invertire il fuoco dell’attenzione verso “qui”, all’interno – pratyahara.

Piuttosto che correggerci, impariamo a conoscerci:

osserviamo senza giudizio le nostre reazioni mentali, consce e inconsce.  Se non possiamo evitare l’accadere di uno stimolo, possiamo evitare di esserne prigionieri e di soccombere all’invadenza della funzione cognitiva-rappresentativa.  L’attenzione non attende più nulla, muta in presenza.

“In dharana (concentrazione) sembra infittirsi il tessuto mentale, la capacità percettiva che consente di restare molto aperti senza subito reagire: una mente centrata che appare forte, unificata, stabile, che opera intoccata dalle distrazioni e si raccoglie nel momento presente.

Dharana è dunque, e soprattutto, il riconoscimento della possibilità del sistema nervoso di operare in modo non disperso.” (R.Angelini e M.Palaci)

Insomma, l’idea che meditazione sia stare lì fermi senza alcun pensiero in una specie di ebete benessere è ingenua e fuorviante.

Meditazione, dhyana, non è un’azione, qualcosa che facciamo ma è proprio quello stato che emerge dall’interrompere ogni azione intenzionale. Meditazione è un fatto, un’esperienza, un accadimento non un’azione.

Io medito è un ossimoro.

Ora, per comodità, usiamo il termine meditazione anche per tutte le pratiche e gli esercizi che ne preparano il terreno così da creare quelle condizioni che consentono al nostro sistema percettivo di operare su sentieri ancora inediti e incondizionati.

“La meditazione è l’essenza della spiritualità. Non dobbiamo fare altro che educare l’organismo fisico e la struttura psicologica a entrare volontariamente e tranquillamente nella non azione, e vedere che cosa accade in questo stato. Noi dobbiamo soltanto entrare nella non azione, poi le cose sgorgheranno da sole da questo stato di non azione, di immobilità, di silenzio. Sarà l’intelligenza universale prendersi carico del nostro essere. Quindi, all’inizio un certo sforzo, e poi il rilassamento. Fino a un certo punto si agisce, poi le cose accadono da sé. Tutto diventa una danza fatta di sforzo e assenza di sforzo, di attività e rilassamento, di rapporti e solitudine, di parola e silenzio, fusi in un unico tutto. Allora nella nostra vita nascerà un nuovo essere libero da squilibri e quindi da impurità, e dotato della maestà dell’equilibrio interiore ed esteriore.” (V. Thakar)

Alla fine, perché yoga? Perché meditazione?

Perché c’è un nesso tra lenire la sofferenza ed essere coscienti.

Per i curiosi:

J.P. Lachaux, Le cerveau funambule, Odile Jacob ed.

Rossi. Lauzoi. Noyé, L’art de l’attention, Ed. Eyrolles

R. Angelini e M. Palaci, Rilassamento e meditazione, Collana YANI per Corriere della sera

Thakar, Ego, Ubaldini ed.

insegnante yoga bologna - immagine di Barbara Villa mentre legge seduta a terra all'interno dello studio yoga Vidya

Ciao, sono Barbara Villa

Mi piace leggere, scrivere, covare pensieri, rovistare bellezza, stare ferma in silenzio, gustare il corpo in movimento. Puoi curiosare in questo blog, spero che troverai nuove domande.

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