Byung-chul Han, professore di filosofia dell’Università di
Monaco di Baviera, affonda la lama e definisce l’uomo futuro come un uomo senza
mani che ricorre solo alle dita.
Saremo gli umani del dito, digitus/digitale, scegliamo schiacciando i tastini dei devices.
Siamo senza mani, senza crucci, senza sguardo, senza
contatto fisico.
“La digitalizzazione derealizza,
disincarna il mondo.”
L’intelligenza artificiale sa calcolare bene e in fretta ma
non c’è spiritus, manca lo stato
d’animo fondamentale.
Non vorrei apparire una boomer
menagramo ma, parte di questo gioco odierno, è proprio lasciarci, in modo
inconsapevole, comfortably numb. La pratica dello yoga mi appare in questo senso attuale: una educazione alla
percezione per riacquisire profondità e intensità, corpo e volume. Insomma, respirare.
Il susseguirsi all’impazzata delle informazioni sta sostituendo
il vivere reale; per un po’ di soddisfazione abbiamo bisogno di nuovi stimoli e
ancora altri in un circolo vizioso che ci lascerà a bocca asciutta.
Con le parole degli Yoga Sutra, raga – ovvero la forza che
mi spinge a cercare sempre quello che mi piace e dvesha – la forza che mi spinge ad evitare sempre quello che non mi piace, sono tra le principali fonti di sofferenza.
Infatti, informarsi non è comprendere.
Le informazioni ci accorciano la vista e il respiro.
Le informazioni smantellano la durata del tempo, hanno il
respiro corto.
“In veste di cacciatori d’Informazioni
diventiamo ciechi nei confronti delle cose silenziose,
poco appariscenti, vale a dire
abituali, secondarie o ordinarie cui manca qualsiasi capacità di stimolare
– ma che sanno ancorarci all’essere.”
Per i curiosi:
“Le non cose”, Byung-Chul Han
E il mai più senza Yogasutra