LostInYoga: viaggio alle radici dello hathayoga. Pranayama #sestapuntata

“Una volta che la posizione seduta è stabile,

allora si deve praticare il prāṇāyāma seguendo gli insegnamenti del maestro”.

(Gheranda Samita)

Posso dire di aver incontrato la pratica del prāṇāyāma con Antonio Nuzzo durante una formazione per insegnanti. Nella mia pratica precedente nella scuola di ASIA, la pratica di prāṇāyāma era solo sfiorata in modo non strutturato, come ascolto del respiro e già mi aveva colpito la potente influenza sullo stato mentale ed energetico. Con l’insegnamento di Antonio Nuzzo ho approfondito la strategia specifica del prāṇāyāma ed i suoi doni.

Ci sono pochissimi corsi “puri” di prāṇāyāma, è difficile praticarlo ed è ancora più difficile insegnarlo.

Per la mia comprensione, il prāṇāyāma richiede che ci si sia del tutto allontanati dalla richiesta di effetti e aspettative risultanti dallo yoga. Nel prāṇāyāma non si ottiene niente e non si esprime niente; anzi, le pratiche emergono solo quando ci si muove come un funambolo sulla corda che separa l’azione e l’abbandono.

Il prāṇāyāma ti avvicina a un ambito di pratica dove è difficile mentire a sé stessi, dove le pratiche si fanno sottili a tal punto che ogni minimo accenno di rigidità viene smascherato, dove ogni tendenza a controllare, gestire, agire meccanicamente interrompono il processo.

“Quando il respiro è agitato, citta (la coscienza) si muove.

Quando il respiro è immobile, il citta è immobile, lo yogin raggiunge la stabilità.

E’ per questo che bisogna fermare il respiro.”

(Hatha Yoga Pradipika)

La pratica di prāṇāyāma contiene una sorta di rischio, si smuovono correnti profonde del nostro essere: il nostro primo respiro, il primo momento che siamo entrati in contatto con il mondo, l’ultimo respiro e con esso la morte, il vissuto biografico legato al respiro, il dialogo del respiro che racconta di moti inconsci.

Prāṇāyāma può essere occasione di una autentica purificazione oppure di disagio e paura.

Mi ci è voluto tanto, tantissimo tempo per non avere paura delle pratiche di prāṇāyāma, per accettare poi le paure, per accettare i limiti della mente che prende e ferma.

Difatti, non possiamo fermare la mente con un’azione mentale, possiamo solo operare un’azione indiretta sapendo che potrebbe non risultare efficace.

Per l’appunto, non sono tecniche di prāṇāyāma.

La strategia del pranayama è molto delicata e raffinata; occorre risvegliare il respiro, purificarne i canali ma la vera direzione non è quella di espandere il respiro bensì di sospenderlo sino alla soglia della nostra vita sensoriale. Dietro le quinte dello spettacolo dell’inspiro e dell’espiro, nei suoi spazi vuoti ci attende il prana. Laddove la vita si sospende, inizia l’esistenza.

Il progetto del prāṇāyāma è proprio quello di purificare il prāṇa, calmare manas, fare circolare e risvegliare prāṇa nel canale centrale.

“Come la conoscenza potrebbe emergere fintanto che il prāṇa è attivo e che il manas non è morto? L’uomo che raggiunge la dissoluzione di questa coppia: prāṇa e manas, raggiunge la liberazione e nessun altro.

Colui che è riuscito a incatenare il prāṇa è anche riuscito di colpo a incatenare il manas. E colui che ha incatenato il manas ha di colpo incatenato ilprāṇa.

Sono due le cause che mantengono in attività le funzioni mentali: le impressioni latenti (vāsana) e il prāṇa. Se si arriva a sopprimere uno dei due, l’altro si blocca inevitabilmente.

Là dove il manas si assorbe, il prāṇa si riassorbe. Là dove il prāṇa si riassorbe, il manas si assorbe.

Il manas e il prāṇa sono mischiati come l’uno all’altro come il latte con l’acqua e la loro attività è uguale. Là dove c’è il prāṇa, il manas entra in attività. Là dove c’è il manas, il prāṇa entra in attività.”

(Hatha Yoga Pradipika)

Pochissime sono le pratiche di prāṇāyāma che troviamo nei testi tradizionali di hathayoga. Otto sono i kumbhaka (o prāṇāyāma) descritti dalla Haṭha Yoga Pradīpīkā e nella Gheraṇḍa Saṃhita: su̅ryabedhana, ujja̅yin, si̅tka̅rin, bhastrika̅, bhra̅marin, mu̅rccha̅, pla̅vini̅. Mentre nella Śiva Saṃhita non vi sono descrizioni dettagliate delle pratiche ma di stati di coscienza. Na̅ḍi-suddhi o na̅ḍisodhana, la pratica di purificazione delle na̅ḍi, introduce al prāṇāyāma, perché altrimenti le impurità impedirebbero all’energia vitale di scorrere nel canale centrale e renderebbero vano l’intero progetto del prāṇāyāma stesso.

L’immobilità dell’āsana si trasforma in un’immobilità assoluta, dove nulla disturba lo svelamento della luce. Il prāṇāyāma principale allora è la sospensione naturale del respiro – kevala kumbhaka, laddove i tentativi di cambiare ritmo e di procedere per sospensioni volontarie sono piccoli semi che piantiamo nella mente e nell’inconscio perché accada questo stato spontaneo d’essere.

“Alla fine dell’arresto del prāṇa – prāṇarodha per mezzo del kumbhakacitta resta senza supporto. Praticando in questo modo si raggiunge lo stato di rājayoga.”

(Hatha Yoga Pradipika)

Prāṇāyāma allora apre le porte al pratyahara (ritrazione sensoriale) sul ciglio della meditazione dove non c’è più nessuno che afferma: “Sto praticando pranayama”.

Ci rivediamo a settembre con un’altra puntata; ora sono appunto in partenza per un ritiro sul pranayama e pranavidya con Antonio Nuzzo nella bellissima Caprese Michelangelo per respirare a pieni polmoni.
Oops, per imparare a stare senza respiro…