Lostinyoga: viaggio alle radici dello hatha yoga. Satkarman #quartapuntata

SAṬKA̅RMAN

“Il movimento della noria dipende dai buoi che la fa girare; così il principio vitale degli esseri umani incarnati trapassa vita e morte e sottomesso al suo karman. Il corpo si degrada, come un vaso di terra cruda si scioglie a contatto con l’acqua. E´quindi necessario  passarlo al fuoco dello yoga, fortificarlo e purificarlo.” Gheranda Samhita

Sei sono i processi di purificazione indicati dal primo capitolo della Gheraṇḍa Saṃhita per crescere sino ad una trentina con le descrizioni dettagliate. Sei le pratiche descritte, con un po’ meno dettaglio, nel secondo capitolo dello Haṭha Yoga Pradīpīkādhauti, basti, neti, tra̅ṭaka, nauli, kapa̅labhati – pulizia dello stomaco, dell’intestino, del naso, dello sguardo, del cranio. A queste si aggiunge la (forse) più nota pulizia dell’intestino, breve o integrale, shankprakshalan.

Diversamente dalle nostre abitudini di pulizia che si limitano all’esteriorità, qui la pulizia riguarda gli strati più interni del corpo fino ad avere un rapporto con il proprio corpo che quasi abbatte i confini della reattività involontaria del sistema nervoso parasimpatico (vomitare, lavare con le mani il proprio intestino, mettersi in gola una garza e così via). La pratica dello hathayoga è, infatti, una strada per farsi carico della vita che dimora in noi, del suo movimento e dei suoi processi. Nella pratica ci rapportiamo con la nostra realtà corporea stratificata in modo esperienziale e diretto, non concettuale. Vicini non solo al visibile ma anche all’invisibile, foriero di promesse di conoscenza.

 Ci sono parole che le orecchie odono ma che il cuore non accoglie e che la mente non capisce.

Una di queste, per me, è stata la parola: purificazione. Partecipando ad un ritiro estivo condotto da Antonio Nuzzo appunto dal tema meditazione e purificazione mi sono accorta di quella parola. Chissà quante volte l’avevo sentita!

Per la prima volta qualcosa ha reagito. Subito qualcosa ha reagito bene poi, nel tempo, a forza di sentire parlare di purificazione qualcosa ha continuato a reagire, male.

Immediato si è rivelato il nesso tra le pratiche di purificazione, in quel caso dell’intestino, con l’arresto dell’invadenza della reattività mentale. Poi, già sperimentato in altre occasioni di digiuno e di silenzio, si è resa disponibile una quantità e una qualità di energia incredibile.

Succesśivamente,  è sorto un fastidio legato a questa parola, mi evocava forse tematiche repressive e di “pulizia forzata” morale o salutista. Insomma, alla parola purificazione associavo il periodo non proprio felicissimo del catechismo.

Improvvisamente, mi sono, invece, resa conto che ṣaṭka̅rman è formata dalle parole sat e karman, verità e karma. Il quadro si è ricomposto: karman è quella forza sotterranea che ci conduce alla verità.

La purificazione non è un insieme di gesti meccanici per uno sterile migliorarsi, sebbene queste pratiche abbiano un’importante incidenza sull’equilibrio dei dosha e quindi sulla salute, piuttosto un modo per togliere con pazienza ciò che impedisce la visione e la vitalità. Purificare per de-condizionare.

Per dirla con le parole di Vimala Thakar, il sacrificio è quello di bruciare le correnti dell’ego all’altare del sacro e della verità.

Si attiva il fuoco dell’energia vitale, agni, il fuoco della conoscenza per bruciare tossine fisiche che sono anche manifestazione di un modo di sentire e di pensare, espressione materiale delle correnti inconsce.

 

Nella prossima puntata di #lostinyoga qualche parola su uno strumento yogico che ad oggi risulta il più diffuso: le posture o posizioni – āsana.

 

Fossati S. (a cura di) (2006), “Gheraṇḍa Saṃhita, insegnamenti sullo yoga”, Magnanelli ed., Torino

Spera G. (a cura di) (2009),  “Haṭha Yoga Pradīpīkā, la lucerna dello haṭha yoga”, Magnanelli ed., Torino

Thakar V. (2001), “L’arte di morire vivendo”, Ubaldini Editore, Roma

Dispense e liberi appunti del corso di formazione Advaita Yoga Sangha – F.M.Y (Antonio Nuzzo)