LostInYoga: viaggio alle radici dello hatha yoga. Mudrā #settimapuntata

“O Candakapali! Così ti ho insegnato il modo di metter in agitazione le energie della profondità …”
(Gheranda Samhita)

Nel nostro pellegrinaggio interiore si avvicendano consapevolezza e libertà.

L’essenza dell’insegnamento di haṭha yoga è costruire una relazione interiore tra coscienza ed energia.

Sarebbe forse stato più appropriato introdurre la strategia delle mudrā con una panoramica sul corpo sottile ed il “sistema” dei cakras, un tema davvero esteso e arduo da affrontare senza incappare in banalizzazioni. Ho preferito suggerire impressioni emerse dagli insegnamenti ricevuti, dalla pratica personale e dai testi stessi lasciando spazi sospesi da colmare con la propria curiosità, interesse ed esperienza.

Haṭha yoga, una Via per entrare in un contatto immediato e diretto, sperimentale, con il corpo energetico; una realtà quella del corpo pranico senza sentimentalismi, suggestioni, lucine colorate ed immagini evocative di animali esotici.

 

“Allo stesso modo con il quale si utilizza la forza e la chiave per aprire un portone, così lo haha yoga per mezzo della kuṇḍalinī permette allo yogi di aprire con forza la via verso la liberazione – moksa.”

(Hatha Yoga Pradipika)

 

 

 

 

Il risveglio della kuṇḍalinī che è un modo tantrico per definire l’esperienza di risveglio, è un evento. Non è un’esercitazione, non è una tecnica per forare i cakras o per riesumare dei poteri occulti: semplicemente non è il risultato di una serie di operazioni.

Quell’evento può accadere in un istante, adesso, nel ciclo di più vite, per grazia del maestro, tra qualche anno, mai … non lo sappiamo.

Non sarà mai un esercizio di concentrazione mentale per fare salire il flusso apāna (una delle capacità del nostro sistema fisiologico più legato al sistema para simpatico, se volessimo usare una terminologia più occidentale) che rimuoverà dei blocchi energetici ma, potremo rimboccarci le maniche, e pazientemente, lasciare che attraverso la pratica la dimensione sottile inizi ad occupare posto nella nostra interiorità.

Perché “i blocchi” esprimono noi stessi, i nostri attaccamenti, la nostra personalità, sono una viva espressione dell’ahaṃkāra (il complesso dell’io).

La pratica delle mudrā è molto particolare, molto più diretta e centrale delle āsana per esempio. Con le mudrā si attiva un processo di “ritorno all’origine” tra le rive di conscio ed inconscio.

Esse contengono una forte valenza simbolica, sono strumenti intensi per dare una direzione diversa ad un’azione che ha avuto sempre la stessa direzione. Attivatori di un processo di maturazione della coscienza e di libertà dai condizionamenti.

Se l’importanza delle pratiche fosse direttamente proporzionale allo spazio occupato nei testi tradizionali dello hatha yoga allora dovremmo dedicarci principalmente se non unicamente alle mudrā. Invece sono praticamente sconosciute nel mondo dello haṭha yoga se non per qualche gesto delle mani.

Queste le dieci elencate e descritte nella Haṭha Yoga Pradīpīkā e nella ŚivaSaṃhita (oltre ad una pratica secondo il rituale tantrico della mano sinistra): maha̅ mudrā, maha̅ bandha, maha̅ veda, khecari̅, uḍḍi̅ya̅na, mu̅labandha, ja̅landharabandha, vipari̅ta-karaṇi̅, vajroli̅ (di cui sahajoni e ama̅raṇi ne sono due differenti tipi), śakticalana. Mentre nella Gheraṇḍa Saṃhita sono ben venticinque le mudrā descritte.

 

“La grande dea kundali, l’energia del sé (atmaśakti) risiede nel centro di base, il mu̅ladhara; ella lì dorme sotto forma di un serpente, arrotolato tre volte e mezzo su sé stessa.

Finchè ella dorme nel corpo, l’essere incarnato conserva la condizione di un animale domestico e la vera conoscenza (jñāna) non si manifesta, anche se si impegnasse a praticare innumerevoli esercizi di yoga.”
(Gheranda Samhita)

 

Gli stessi testi sottolineano la difficoltà di queste pratiche, la descrivono come una via quasi inaccessibile, anche se mostrata da un maestro, ma è il mezzo migliore per risvegliare la dea kuṇḍalinī.

Kuṇḍalinī śakti, la forza dinamica potenziale nel corpo o la potenza trasformativa della coscienza.

Con la pratica dei mudrā si passa dall’energia generale al particolare, si va verso il sistema energetico centrale – suṣumna̅; le pratiche che vengono illustrate sono una preparazione della coscienza, e non del corpo, a vedere ciò che usualmente non vede.

 

Queste le parole poetiche ed evocative che nominano la nostra colonna vertebrale o meglio il suo contenuto.

“Il sentiero deserto diventa la via reale del prāa. Allora la coscienza si libera di tutti i supporti e si sfugge alla morte.

Suumna̅, il sentiero desertico (śu̅nyapadavi̅), lorifizio di Brahman (Brahmarandra), la Grande Via (maha̅  pada), il luogo di cremazione (Śmāśana), la via che appartiene a Śiva (śa̅mbhavi̅), la via di mezzo (madhyama̅rga) sono tutti sinonimi. È per questo che, dirigendo tutto lo sforzo per il risveglio della Sovrana (I̅śvari̅ Kuṇḍalinī) addormentata alla porta d’ingresso di Brahman, è necessario consacrarsi alla pratica dei mudrā”.
(Hatha yoga Pradipika)

 

 

 

Con le mudrā, quelle del corpo o delle mani o degli organi sensoriali, si inverte la rotta dell’attenzione: le orecchie si chiudono per ascoltare l’assenza di suono, gli occhi si chiudono per accendere lo sguardo in assenza della vista, la lingua si ferma per ascoltare l’assenza della parola. Tutto si sospende.

Che cosa rimane, non in assenza di stimoli ma di una nostra reazione agli stimoli?

L’argomento della prossima puntata di LostInYoga sarà la meditazione, ‘prezzemolina’ del nostro tempo.