Lostinyoga: viaggio alle radici dello hatha yoga. Asana #quintapuntata

“Considerato che l’āsana forma il primo elemento dello haṭha yoga, questo viene descritto in primo luogo. Ha come obiettivo la stabilità della posizione, l’eliminazione di tutte le malattie e la leggerezza fisica.” (Hatha Yoga Pradipika)

Nel nostro contesto yoga occidentale, l’āsana sta occupando un posto predominante. Le persone associano quasi inconsciamente la parola yoga ad una serie di posizioni in sequenza più o meno dinamiche (più spesso dinamiche che statiche) tranciando di netto la vastità delle pratiche di haṭha yoga e il filo che collega l’āsana all’esperienza della totalità.

Mi sono chiesta il perché di questo fenomeno: non ho una riposta certa ma solo quesiti aperti. Forse è causato dalla grande importanza che riveste il corpo, dalle pratiche di mantenimento della giovinezza, dalla paura della morte. Restare in un ambito di yoga fisico non fa correre dei rischi all’insegnante, in fondo si può restare là dove si è già, protetti dalla competenza tecnica. Ci consente di restare nel mondo del conosciuto senza mai sfondare la soglia dello sconosciuto e sfiorare l’inconoscibile; ci teniamo la nostra bella corazza e manteniamo integro il controllo, nobilitandoci di un modo garantito da un tradizione millenaria per calmare la mente.

La semplice frase della Haṭha Yoga Pradīpīkā che introduce al capitolo delle āsana, indica l’essenzialità: stabilità, pulizia interna, leggerezza del corpo.

Certo, è vero che lo yoga è una pratica di ricerca ma è pur vero che se abbiamo male dappertutto, che se l’unico modo per accorgerci dell’esistenza del nostro corpo sono tensioni e disagi, sarà molto difficile iniziare qualsiasi pratica di ascolto. Il corpo non deve essere invadente, la periferia del corpo, gli arti sono a sostegno della colonna vertebrale.

Queste invece sono le indicazioni essenziali nel Sadhana Pada degli Yogasutra di Patanjali di come possiamo dirci abitare ed essere abitati nell’asana.

Y.S. II. 46 Sthirasukhamāsanam

La postura deve essere stabile (sthira) e confortevole (sukham)

E come si fa?

Y.S. II. 47 Prayatnaśaithilyānantasamāpattibhyām

(Attraverso) l’abbandono o rilascio (śaithilya) progressivo dello sforzo (prayatna) e disporre la mente (samāpatti) verso uno spazio infinito (ananta) allo stesso tempo (bhyām)

ovvero disporsi in uno stato mentale di contemplazione

Y.S. II. 48 Tato dvandvānabhighātaḥ

Così saremo immuni dall’invasione degli opposti.

Un ricercatore non si può certo permettere di disperdere energia vitale. Occorre poter costruire una relazione con il corpo e le sue sensazioni senza alimentare le vṛtti, una relazione amorevole ed accogliente con il proprio corpo senza l’invasione della reattività mentale.

L’importanza di liberare il corpo dalle rigidità è quella di liberare la visione della coscienza. Quindi, l’esecuzione della giusta tecnica risveglia quell’energia che fa da supporto alla coscienza senza ostruzioni mentali e fisiche.

La stabilità del corpo in una posizione è riflesso e opportunità per una stabilità interiore. L’immobilità corporea è frutto di un percorso di stabilità interiore e mentale, non si tratta di cadere in un’immobilità catatonica che ancora potrebbe lasciare spazio alla rappresentazione mentale dell’esperienza pranica.

Immobilità, centratura della colonna vertebrale, interiorizzazione, ascolto nel rilassamento e nella passività; attraverso l’āsana contattiamo il centro immobile della nostra esistenza e del nostro vivere, dalla finitudine all’infinito.

Per nostra curiosità, le posture descritte nei testi di hathayoga non sono poi così tante.

Quindici le āsana descritte nella Hatha Yoga Pradipika: svastika, gomukha, vi̅ra, ku̅rma, kukkuṭa, utta̅naku̅rma, dhanura, matsyendra, paścimata, mayu̅ra, sava, siddha, padma, simha, bhadra. Altre a̅sana sino a trentadue quelle indicate nella Gheraṇḍa Samhita: mukta, vaira, mrta, gupta, matsya, Gorakṣa, utkata, samkata, mayura, uttanamanduka, vrksa, manduka, garuda, vrsa, salabha, makara, ustra, bhujanga, yoga. Mentre quattro sono quelle descritte nella Śiva Saṃhita: siddha, padma, ugrāsana (o pascimottana), swastika.

Le mille posizioni possibili non sono intrinsecamente indispensabili per la pratica di yoga, āsana è di certo uno strumento efficace per stare comodamente seduti e poi si potrebbe tranquillamente lasciare il posto alla pratica di prāṇāyāma. Occorre sistemare il corpo per trascenderlo ed entrare nelle sue dimensioni più sottili, esperienza di un vissuto interiore che apra ai segreti nascosti nel nostro prezioso corpo.

Infatti, l’āsana che i testi indicano come principale è siddhāsana.

“Come per un siddha l’alimentazione misurata è il primo degli yama, e la non violenza il primo dei niyama, allo stesso modo considerano il siddhāsana come la principale fra tutti gli āsana.

Fra le 84 posture siddhāsana deve essere praticata senza interruzione perché purifica tutte i 72 mila na̅ḍi da tutte le impurità.” (Hatha Yoga Pradipika)

Finiamo questa puntata con la complessa descrizione di siddhāsana che, al di là di un antico linguaggio metaforico, esprime tutta la complessità di un’esperienza globale che coinvolge i corpi psico-fisico-energetico. Altrochè sedersi a gameb incrociate con la schiena diritta e buona notte al secchio!

“Avendo applicato la pianta di uno dei due piedi contro la regione perineale, bisogna disporre l’altro sopra l’organi sessuale. Premendo solidamente il mento contro il torace, bisogna sentirsi diritti, restringendo i sensi, e guardando fissi lo spazio tra le sopracciglia. Questo è proclamato il siddhāsana che apre le porte della liberazione.

Se soltanto il siddhāsana è fermamente stabilizzato, senza sforzo, automaticamente, appare lo stadio della sospensione delle funzioni della mente (unmani̅ kala), e le tre chiusure (bandha) pari a quello raggiunto con il nāda.” (Siva Samhita)

“Mettere un tallone nella regione perineale e disporre l’altro tallone sul pube. Poggiare poi il mento sul torace, tenersi diritto e immobile. I sensi controllati e lo sguardo fisso sul punto tra le due sopracciglia. Questo è chiamato siddhāsana, la postura dei realizzati, che porta alla liberazione.” (Gheranda Samhita)

La pratica del pranayama ci aspetta alla prossima puntata di LostInYoga.

 

Piccola bibliografia:

Fossati S. (a cura di) (2006), “Gheraṇḍa Saṃhita, insegnamenti sullo yoga”, Magnanelli ed., Torino

Spera G. (a cura di) (2009), “Haṭha Yoga Pradīpīkā, la lucerna dello haṭha yoga”, Magnanelli ed., Torino

“Yogasutra di Patanjali”, dispense gruppo Gérard Blitz

Dispense e liberi appunti del corso di formazione Advaita Yoga Sangha – F.M.Y (Antonio Nuzzo)