E tu vivevi nell’impazienza

Durante una lezione del lunedì sera (rigorosamente a distanza) è emerso il tema dell’impazienza e, per assonanza, quello del significato di pazienza. Sono andata a scartabellare tra alcuni vecchi appunti e ho ritrovato questo articolo tratto dalla Revue Française de Yoga che ho liberamente tradotto. Buona lettura.

Lo yoga: cammino di umanizzazione e via di autonomia
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Vivere il tempo presente esige l’arresto di tutte le fluttuazioni mentali. Allora, potremo percepire una realtà che non sia più velata dall’attività psichica. Questi istanti di sospensione non si confrontano ancora con il niente. La coscienza profonda prigioniera dei sensi, una volta slegata dalle sollecitazioni esterne e interne, può osservare sé stessa nella sua prima natura costituita di “satchitananda” (verità-coscienza-beatitudine), stato in cui né frammentazione né movimento esistono più. È il ritorno all’Uno, all’unità perduta che sarà motore di tutta la ricerca spirituale in India. Questo ritorno non può che accadere quando è stata presa distanza, quando è avvenuta una scissione: lo stato fusionale originale non ne permetterebbe l’esperienza cosciente. L’incarnazione trova allora, se non la necessità o la sua giustificazione, almeno una funzione: metterci di fronte alla mancanza per ri-orientarci coscientemente verso l’esperienza unificatrice o Realtà Ultima.

Abbiamo visto che lo yoga, uniforme nella sua visione del mondo, è multiplo nella sua pedagogia. Se lo hathayoga riprende a proprio conto la maggior parte dei principi e delle esigenze comportamentali dello yoga, le strategie (sâdhana) che utilizza non seguono la stessa cronologia. L’esperienza inizia prendendo appoggio nel corpo. La non violenza, così come tutte le attitudini verso sé e gli altri (yama e niyama) non sono più poste come pre- requisiti ma si acquisiranno nel corso della pratica. Questo inizio sembra dunque facile, a portata di mano, concreto e familiare. Tanto più che noi viviamo nell’illusione che il corpo appartenga all’ordine strettamente privato e che sia l’ultimo bastione della nostra libertà: diventa allora corazza e fortezza.
La facilità dello hathayoga non è che apparente perché non c’è dissociazione tra corpo e spirito. Sono subordinati l’uno all’altro e sono sempre solidali. Nel lavoro con le posture, non sarà mai possibile mettere in un angolo l’uno a favore dell’altro. Non si tratta di sbarazzarsi di un veicolo ingombrante e nemmeno di mettere a tacere la propria parte interiore ma di modificare una modalità di relazione. Noi riduciamo abitualmente il nostro corpo a funzioni o ad automatismi che devono permettere la soddisfazione dei nostri desideri e dei nostri bisogni. Le risposte dei riflessi condizionati, indispensabili di fronte ai pericoli ed alle aggressioni esterne, applicate in modo costante e trasformate in comportamenti, escludono però gli interventi mentali coscienti e mettono il corpo e l’intero sistema in uno stato permanente di tensione ridotto al solo linguaggio della sofferenza e della violenza, creando così un ponte dal somatico allo psichico e viceversa.

La disciplina corporea (âsana) dello hathayoga sarà anche una disciplina del respiro (prânâyâma) e della mente (dhârana). Il corpo non sarà vissuto come un oggetto di disprezzo o alienazione, d’esaltazione o piacere. Quello che, in una situazione ordinaria, è sperimentato come freno e limite, diventerà uno strumento di emancipazione. Quello verso cui tendono tutti gli esercizi è l’arresto, la sospensione. Le posture immobilizzeranno il corpo, il controllo della respirazione immobilizzerà il soffio (kumbakha), la concentrazione metterà termine alle costruzioni mentali. Questa immobilità genererà tempi, spazi di distacco, di ritiro, di silenzio che permetteranno di raggiungere questo stato di testimone, d’osservatore, al di fuori del quale alcuna conoscenza è possibile. È la stessa necessità che ritrova Merleau-Ponty (filosofo e fenomenologo) nell’esercizio di una percezione cosciente del mondo:« Così, è rinunciando ad una parte della propria spontaneità, impegnandosi nel mondo con organi stabili e circuiti prestabiliti, che l’uomo può acquisire lo spazio mentale e pratico che lo libererà in principio dal suo ambiente e glielo mostrerà». Noi non possiamo trovare la nostra autonomia che grazie ad una messa a distanza del soggetto che noi siamo in rapporto all’oggetto della nostra percezione, pena il rischio di restare prigionieri d’una relazione di identificazione. Si tratta dunque di un radicale e ri-orientamento della percezione, della coscienza e di una ricostruzione della personalità.
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La preoccupazione per il mondo
Il nostro proposito non era di identificare il problema della violenza nel solo quadro dello yoga, ma piuttosto di vedere come lo yoga può permettere di risollevare oggi le questioni fondamentali dell’esistenza. Così alcuni testi che abbiamo citato sono stato scelti nell’Occidente odierno, è anche per mostrare che al di là della contingenza storica, alcuni interrogativi sono di ordine universale e si arricchiscono di essere deliberatamente contestualizzate in questa dimensione:

« … e tu vivevi nell’impazienza
perché tu sapevi; non è tutto.
Vivere non è che un frammento … di cosa?
Vivere non è che una eco … di cosa?
Vivere non ha senso se non legato
alle numerose orbite dello spazio
espandendosi all’Infinito
Vivere non è che il sogno di un sogno,
ma vegliare: è essere altrove.”
(R. M. Rilke. Requiem)

Resta che tutto quello che noi possiamo sentire, leggere, scrivere e pensare appartiene al dominio della concettualizzazione che solo l’esperienza, che ci confronta all’avvenimento, può convalidare. Se la presa di consapevolezza e le domande sono i primi indispensabili strumenti dell’inversione interiore, la risoluzione delle domande non può essere di ordine speculativo o della sola ristrutturazione intellettuale, perché, quando il domandarsi si spinge coraggiosamente, arriva il momento dell’accettazione dei limiti che l’intelligenza discorsiva pone a sé stessa. Quest’ultima:” non ha niente da trovare ma da sgombrare.” (Simone Weil, 1988).
L’intuizione di qualcosa al di là delle cose visibili che resta muto e impalpabile ad occhio nudo è debolezza quando si soffoca di credenze.
Bisogna “evitare le credenze che riempiono i vuoti, che addolciscono le asperità. Quella dell’immortalità, quella dell’utilità dei peccati, quella dell’ordine provvidenziale degli avvenimenti, insomma le consolazioni che cerchiamo ordinariamente nella religione.” (Simone Weil, 1988).
L’intuizione diventa forza al contrario quando, nel silenzio perseverante, un’invisibile presenza che non ha né viso né nome si disvela. Lo hathayoga permette a questo silenzio di instaurarsi.

In questo senso, si emancipa dall’essere religione, credenza, filosofia per erigersi a esperienza:

“Il mondo è un testo con molteplici significati e noi passiamo da un significato all’altro attraverso un lavoro. Un lavoro dove il corpo ha sempre una parte, come nel momento in cui impariamo l’alfabeto di una lingua straniera: questo alfabeto deve entrare nella mano a forza di tracciare le lettere. Al di fuori di questo, tutti i cambiamenti nel modo di pensare sono illusori.»
(Simone Weil, 1988).

(Marie-Christine Leccia; Revue Française de Yoga, n° 21/2000)